A cosa serve Gucci?

A cosa serve Gucci?

La moda non serve più a vestirsi. Questo mi pare sia chiaro a tutti. Ma chi dovesse vedere come prima sfilata della sua vita quella di Gucci durante la Milano Fashion Week 2018, davvero non riuscirebbe neanche a capire l’oggetto al centro dell’evento. Ma questo, da tempo, non è più importante, perché Gucci ha una sola missione: spostare l’asticella della proposta estetica sempre più in là, cambiare direzione, lasciarci smarriti, basiti, estasiati, dubbiosi: a cosa sto assistendo? A un circo di patacche o ad una magnifica esperienza polisensoriale che sdraia? Devo urlare ‘divinoo!’ per non sembrare una capra di Sgarbi? O posso esternare la mia perplessità verso –perlopiù- un accrocco barocco di strati, accessori, pattern, facce appena scosse dal torpore del sonno chimico?

Alessandro Michele ci guarda sornione e si diverte con noi, ne sono certa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sfilata in sala operatoria, PVC sterilizzato alle pareti, suoni distopici di macchinari, bip della pressione, rumori ospedalieri. E in una sala operatoria si taglia, si cuce, si uniscono le parti, si elimina il di troppo, si aggiunge il mancante (ma spesso anche il superfluo!), proprio come in un atelier e nella mente del direttore creativo. Dobbiamo essere il dottor “Frankenstein” delle nostre vite, mixando pezzi anatomici e sartoriali? O dobbiamo affidarci alla nostra natura per quanto unica? Un serpente e camaleonte in passerella, ma anche un cucciolo di drago: il metafisico in una sala operatoria.

Non c’è un sentiero unico, non ci sono rimandi, c’è tutto e il suo contrario: l’etnico e il minimal, il floreale e la tinta unita, i fiori ungheresi e il tecnico. Va bene tutto, andiamo bene così come siamo, non ci sono regole, non ci sono trend, andiamo verso un futuro di pluralismo identitario e il passato è superato: la moda è morta, viva la moda!

La capacità di essere visionari, nella moda, è un uovo di Colombo: tutti possono arrivarci, ma solo uno lo fa.

 

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